Tra realismo e verismo di Italo Calvino: l’Ipertopia de “Le città Invisibili”

Melanconia e dura verità. Italo Calvino si supera in ogni suo libro, ma con Le città Invisibili, sembra proprio raggiungere uno dei suoi massimi apici.

Le avventure di Marco Polo narrate all’imperatore dei Tartari Kublai Kan altro non sono che la descrizione post-reale di ciò che stava accadendo nelle “metropoli” italianissime della seconda metà del Novecento.

Città e sogni, città e memoria, città e segni, città e semiotica aggiungerei, con la spregiudicatezza di chi sa che con il surreale si può metaforizzare la realtà. Così Italo Calvino crea un testo che sa di amarezza e utopia, con la giusta dose di verismo.

Come una necessità che nasce da uno degli incubi più cupi, lo scrittore disegna delle città che vanno oltre la possibile riproduzione letteraria. Ne racconta le forme, i colori, le sensazioni come a coinvolgere, in una sinestesia pervasiva, il lettore moderno.

Quest’ultimo, ben lontano dal lettore modello di Umberto Eco, si prefigura come chi, senza troppe pretese, si lascia coinvolgere dai racconti di Marco Polo (presumibile alter ego dello stesso Italo Calvino). Le città invisibili non lascia spazio a nessuna interpretazione che non sia la più personale e scevra da ogni meccanismo politicizzante di denuncia.

Con le sue città, lo scrittore immerge il lettore in mondi paralleli, lo fa con la sola arte della parola e il risultato è paragonabile a qualsiasi tecnologia moderna di realtà virtuale. Un coinvolgimento tale pervade colui che si lascia trascinare sino a perdersi negli spazi, sospesi o sotterranei, di quelle stesse città che non sembrano così lontane da quelle in cui viviamo.

Reti e fili le uniscono come fossero parte dello stesso mappamondo, eppure vivono spazi trasversalmente incompatibili.

D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.

Mai frase fu più iconica! Ed effettivamente da una città si cerca un’avventura o un’esperienza, ma comunque una risposta ad una serie di interrogativi con i quali si decide di intraprendere tale viaggio.

Le città invisibili di Italo Calvino interrogano e rispondono allo stesso tempo, lasciando il lettore tra il bilico e la realistica consapevolezza di una grande risorsa: il possesso dell’immaginazione.
Distopico e Ipertopico, il libro altro non fa che urlare al mondo che in ogni luogo, reale o post-reale, vi è sempre l’incontaminata preponderanza delle fattezze umane.



Le città sottili

Se volete credermi, bene. Ora dirà come è fatta Ottavia, città-ragnatela. C’è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettere il piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maniglie di canapa. Sotto non c’è niente per centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s’intravede più in basso il fondo del burrone.

Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno. Tutto il resto, invece d’elevarsi sopra, sta appeso sotto: scale di corsa, amache, case fatte a sacco, attaccapanni, terrazzi come navicelle, otri d’acqua, becchi del gas, girarrosti, cesti appesi a spaghi, montacarichi, docce, trapezi e anelli per i giochi, teleferiche, lampadari, vasi con piante dal fogliame pendulo.

Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge.


In altre parole, stiamo parlando di un scrittore che non può essere spiegato e di un libro che non può non essere letto.




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