Recensione: Circe di Madeline Miller

La storia della maga Circe, figlia del dio Elios e della ninfa Perseide, ci è stata tramandata dai canti omerici dell’Odissea, quando Ulisse, approdando sull’isola di Eea, dove resterà per ben un anno, scoprì come i suoi soldati siano stati trasformati in maiali dalla maga.

Ma Circe è davvero il mostro che ricordiamo?

Come in tutte le storie narrate da terzi, manca sempre la “campana” principale a dare la sua versione e la Miller le dà proprio questa possibilità, così che possa raccontarsi attraverso un romanzo forte.

[…]Tutta la mia vita non era stata che tenebre e abissi, ma io non ero parte di quelle acque scure. Ero soltanto una delle creature che le abitavano”

Circe è per metà divina, eppure questa “mezza divinità” le pesa, la fa sentire diversa, non capita. Si rende da subito conto che l’odio e l’indifferenza che la circondano non fanno per lei.

Troppo empatica, troppo ingenua, troppo curiosa. La solitudine sarà sua compagna sull’Olimpo e nel suo esilio sull’isola di Eea, la spaventerà, ma allo stesso tempo la renderà libera di essere ciò che è realmente.
Forte e fragile allo stesso tempo, emblema della donna che lotta per ciò in cui crede e per chi ama, una donna che ha subito degli abusi e da questi si è creata una corazza, un’armatura: la sua magia la protegge dal male esterno.

Ma sarà l’amore che le farà accettare la sua essenza, rendendola la grande e potente Circe: emblema della donna che non ha bisogno di nascondere le sue debolezze per imporre la sua grandezza.

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