L’opera d’arte e la riproducibilità tecnica: per una mediologia gutenberghiana

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica è uno dei saggi più noti del sociologo Walter Benjamin. Con la stesura di tale testo, lo studioso tedesco intendeva sottolineare l’importanza che, dall’avvento della rivoluzione gutenberghiana, sino al diciannovesimo secolo, aveva assunto la riproducibilità, sconvolgendo o reinventando.

Il concetto di riproducibilità è andato sempre più potenziandosi attraverso la diffusione della digitalizzazione. Oggi è possibile vedere la Galleria Borghese situata in uno dei più famosi “polmoni verdi” di Roma, pur restando comodamente seduti sul proprio divano. Meglio ancora, è possibile duplicare, triplicare o moltiplicare all’infinito un documento o, per meglio dire, un “file”, con pochissime mosse.

Ma quando si parla di opere d’arte il discorso, forse, cambia?

Per rispondere a questa domanda entra in campo la vasta gamma di studiosi, sociologi, letterati e filosofi che si sono dibattuti- primo fra tutti lo stesso Benjamin- circa il concetto di “aura”.

Astratto e quasi mitologico, oggi tale concetto sembra essere proprio di qualche luminare che pensa di poter afferrare il vento. L’aura di un’opera d’arte, come sottolineava Benjamin all’interno del suo famosissimo saggio è racchiusa nell’unicità dell’opera che si identifica “con la sua integrazione nel contesto della tradizione”.

Parlare di tradizione potrebbe sembrare un paradosso se si guarda alla sfuggevole memoria di quelle generazioni che non conoscono nemmeno Walter Benjamin, ma in realtà non è così lontano da quel concetto di ritualità e sacralizzazione che compiamo ogni giorno condividendo e divulgano informazioni sulle piattaforme più disparate.

L’aura di un’opera, così elitaria un tempo, è semplicemente mutata. Nella stessa riproducibilità tecnica vi è la possibilità di cogliere quel romantico concetto. Infatti, una rilettura attenta e dettagliata del saggio di Benjamin, nel ventunesimo secolo, potrebbe aprire gli occhi su come la moltiplicazione all’infinito, di un prodotto culturalmente appartenente alla tradizione, sia uno dei modi più convincenti per rendere quella stessa tradizione nota alle nuove generazioni.

In altre parole, la proposta è la seguente: mettiamo il caso di non poter visitare il Colosseo, ma di avere una grande curiosità nello scoprirne le forme e i colori. Cosa facciamo? Ricerca su Google e in un attimo si è a Roma.

Visto in foto non rende!” Sosterrebbero i più romantici, eppure non è la materializzazione a proiettare quell’aura nella società moderna, ma è la possibilità di ricercare, guardare e farsene un’idea, crearsi un’opinione, comunicare, smaterializzare e ricomporre.

Molti l’hanno definita una “filosofia della crisi dell’arte”. Filosofeggiare, però, nel più profondo dei sensi, è in qualche modo la presa di coscienza dei propri limiti. Quegli stessi limiti, se colti e superati, non risiederebbero più nella perdita dell’aura, ma diverrebbero immediatamente trampolini di lancio se si immaginasse tale concetto, come l’amore di una madre per i propri figli. Non importa quanti figli ella possegga, li amerà sempre tutti allo stesso modo. La riproducibilità è quello stesso amore che rende, nella sua trans-medialità, uno storytelling avvincente e ricco di vitalità.

Ecco come, in assenza di possibilità di vedere il Colosseo fisicamente, tanto vale vederlo in foto piuttosto che non vederlo mai.


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