Volker Braun e la Berlino degli anni ’70 attraverso i suoi occhi

Volker Braun, nasce a Dresda nel 1939. Dopo aver conseguito la maturità e dopo un periodo di occupazione che lo ha visto operario specializzato in una stamperia, studia filosofia a Lipsia.

Nelle sue opere teatrali, nelle sue poesie, nei suoi romanzi e nei racconti affronta le contraddizioni e le speranze della Repubblica Democratica Tedesca. Pur essendosi iscritto alla SED nel 1960 ha subìto spesso atti di censura a causa del suo atteggiamento critico.

Biografia

Dal 1965 al 1987, su invito di Helene Weigel, è stato direttore artistico del Berliner Ensemble. Dopo gli eventi della primavera di Praga, la critica crescente allo Stato socialista gli è costata una sorveglianza sempre più stretta da parte della Stasi.

Dal 1972 Braun ha lavorato al Deutsches Theeater di Berlino; nel 1976 ha sottoscritto la petizione contro l’espulsione di Wolf Biermann, che era stato privato della cittadinanza della DDR.

Tra il 1989 e il 1990, all’epoca della Wende, Braun è stato tra i sostenitori di una “terza via” per la DDR: la poesia Das Eigentum, del 1990, ne è espressione e il secondo verso è un intenzionale rovesciamento del motto che Georg Büchner pone all’inizio del suo scritto clandestino di protesta, contro la chiusura e la repressione della Germania anteriore al 1848, Il messaggero dell’Assia.

Dopo il 1989 raccoglie il consenso unanime della critica e nel 2000 gli viene assegnato il Premio Büchner. Tra le sue raccolte successive al 1990 vanno menzionate Der Stoff zum Leben (1990), Die Zickzackbrücke (1992),  Tumulus (1999),  Auf die schönen Possen (2005).

La prima antologia di V. Braun in traduzione italiana, La sponda occidentale (a cura di Anna Chiarloni e Giorgio Luzzi, Donzelli editore) è stata pubblicata a venti anni dalla caduta del muro di Berlino, nel 2009.


LA PROPRIETA’

Io sono ancora qui: va all’Ovest la mia terra
PACE AI PALAZZI, ALLE BARACCHE GUERRA.
Ad assestarle il calcio sono stato io stesso.
Si butta via, lei, coi suoi vezzi da fame.
Segue all’inverno l’estate delle brame.
E dove mi hanno mandato posso restare adesso.
E si fa impenetrabile l’intero mio testo.
Quel che mai possedetti mi viene ora strappato.
Quel che non vissi, in eterno mi sarà mancato.
Era d’intralcio la speranza, come un tranello, uno.
La proprietà, la mia, è nelle grinfie vostre a uncino.
Quando ridirò mio e intenderò ciascuno.

(Traduzione di Anna Maria Curci)

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Serafina Di Lascio

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