Artemisia Gentileschi, storia di un nome riabilitato

LA FIGURA FEMMINILE NELL’ARTE E NELLA MITOLOGIA

– IV –

ARTEMISIA GENTILESCHI

Buongiorno a tutti e bentornati alla rubrica La figura femminile nell’arte e nella mitologia.

Date le temperature poco clementi di queste giornate, con l’articolo di oggi voglio rinfrescarvi la mente proponendovi qualcosa di nuovo, almeno per la maggior parte di voi lettori.

Ma facciamo una premessa: vi ricordate, quando frequentavate le scuole medie, i libri di storia dell’arte? Ve lo confesso, una delle mie materie preferite. Bene, ricordate dai vostri lontani studi quante opere di pittrici donne avete approfondito? In tutta sincerità, io non me ne ricordo nessuna.

Questo perché nella storia delle arti figurative non c’è mai stata una produzione femminile? Certo che no! La risposta, molto probabilmente, è: questo perché, avendo un limitato monte ore da programmare, è meglio concentrarsi sulle opere super famose e super trite e ritrite dei cari colleghi Monet, Manet & company (ah, ci tengo a precisare che non ho nulla contro gli impressionisti, anzi, sono tra i miei preferiti!).

Quindi, siccome in questo spazio ci dedichiamo all’empowerment femminile, oggi vi porto all’attenzione la carriera di una illustre pittrice italiana della prima metà del Seicento. Sto parlando di Artemisia Gentileschi, figlia di uno stimato pittore dell’epoca, Orazio Gentileschi.

Come avrete capito se avete letto gli articoli dei mesi scorsi, in questa rubrica non mi piace esporvi semplicemente la vita del personaggio che vi racconto.

Di Artemisia, però, c’è un tragico evento che la vede coinvolta a soli 18 anni, che influenzerà il suo enorme potenziale artistico: un collega del padre, mentre quest’ultimo non era in casa, si approfittò di lei violentandola. La giovane risentì a lungo dell’abuso subito, soprattutto perché, portata la causa in tribunale, fu sottoposta a umiliazione e alla pubblica gogna. Anche dopo aver dimostrato di aver ragione e aver ottenuto una condanna per il suo stupratore, per la mentalità dell’epoca era lei la “puttana bugiarda che va a letto con tutti” (perdonatemi le parole forti che cito testualmente).

Le angherie subite, costrinsero Artemisia a seguire a Firenze il suo sposo (scelto dal padre per un matrimonio riparatore). All’epoca, la città fiorentina – sotto la guida di Cosimo II – godeva di un vivace fermento culturale; grazie allo zio, fratello del padre, la Gentileschi si inserisce nella corte medicea, assorbendo la forte impronta del naturalismo caravaggesco che tanto piaceva al Granduca.

In questo salotto intellettuale, la giovane viene in contatto e stringe una fitta rete di corrispondenza con le menti più brillanti dell’epoca, tra cui anche Galileo Galilei e Buonarroti il Giovane, nipote del celeberrimo Michelangelo. Proprio quest’ultimo ha un’influenza particolare sul percorso artistico della nostra protagonista, complici anche le conoscenze nella “Firenze bene” dell’epoca che fruttarono alla giovane numerose commissioni e potenziali clienti.

La consacrazione definitiva del suo talento, però, avviene nel 1616: è la prima donna a essere ammessa alla prestigiosa Accademia del Disegno di Firenze, dove rimane iscritta fino al 1620.

Nella sua vita, Artemisia viaggia molto. Dopo essere tornata nella sua natia Roma – nella quale scopre un ambiente culturale stimolante e positivo per la sua arte – si sposta a Venezia, a Napoli e addirittura in Inghilterra, che lascia prima del 1642, anno in cui si ravvisano i primi sentori di una imminente Guerra Civile.

Alcune delle opere di Artemisia

La critica fu sorprendentemente favorevole nei confronti della sua produzione, nonostante il Seicento fosse ancora un periodo buio per la libertà di esprimersi delle donne. Anzi, questo suo combattere contro un mondo prettamente maschilista fece sì che i

«successi e riconoscimenti … le costarono molta più fatica di quanta ne sarebbe stata necessaria a un pittore maschio»

Se esaminiamo le opere di Artemisia Gentileschi, notiamo che spesso le sue figure sono eroine bibliche: Giuditta, Giaele, Betsabea o Ester, tutte donne che, spinte da sete di vendetta per i torti subiti, trionfano sui loro nemici affermando la loro femminilità agli occhi di una società non ancora pronta a tale rivoluzione culturale. Per questo motivo, la pittrice è stata eletta una sorta di paladina del movimento femminista ante litteram, una combattente sempre in lotta con l’altro sesso per affermare a gran voce la dignità di tutto un genere umano, quello femminile.

Vi ho raccontato, fino a ora, del brillante talento di questa artista. Come mai, allora, sui libri di storia dell’arte non viene nemmeno menzionata? Perché purtroppo, la violenza che subì appena diciottenne e la conseguente influenza che ebbe sulla sua arte venne presa in considerazione dalla maggior parte dei critici come mera vicenda personale, giudicando il successo delle opere di Artemisia come derivante da tale “evento casuale” che la colpì e non da vero e proprio talento artistico.

Come conseguenza, in quasi tutti gli scritti in materia dell’epoca, il nome della Gentileschi non viene affatto annoverato nel panorama dei pittori illustri (salvo in qualche trafiletto di qualche saggio, nel quale però viene posta all’ombra della carriera del padre Orazio). Solo nel 1916 la sua figura viene trascinata fuori dall’oblio nel quale era destinata a restare, grazie all’articolo di Roberto Longhi, Gentileschi padre e figlia. In questo scritto, l’autore ha voluto scardinare dalla figura della pittrice tutti i pregiudizi sessisti che l’avvolgevano; l’intento è stato quello di considerare meramente il suo talento e la sua bravura al pari degli altri caravaggeschi della prima metà del Seicento. Longhi ebbe il merito di essere il primo a non considerare Artemisia solo in quanto donna, ma come artista e professionista prima di tutto.

La critica dei giorni nostri, inoltre, ripropone un riesame dell’intera produzione della pittrice. Nonostante sia vero che la violenza subita abbia fortemente influenzato parte della sua produzione artistica, non si può ricondurre tutto il catalogo a questa mera lotta ideologica tra sessi. Come vi ho accennato, Artemisia ha frequentato diversi salotti culturali, assorbendone ideologie e costumi che sicuramente influirono sul suo lavoro.

Grazie a un grande lavoro di riabilitazione del suo nome, oggi Artemisia Gentileschi viene considerata tra i pittori più abili del suo tempo, al pari dei suoi colleghi uomini. Un posto meritato, dopo una vita trascorsa a affermare con determinazione e personalità la propria identità di Artista e non solo di donna abusata.

Ora vi chiedo, conoscevate questa pittrice? Se la risposta è no, spero di avervi incuriositi e avervi infuso la voglia di scoprirne di più. Vi aspetto nella prossima puntata di La figura femminile nell’arte e nella mitologia!

Un abbraccio,

Arianna

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