15 dicembre: Vera Lazzaro

La quindicesima finestra del Calendario dell’Avvento Romance si apre con l’autrice Vera Lazzaro con un suo racconto in cui da voce alla protagonista del suo romanzo, “Chi è di scena?“.

Almeno un biglietto aereo di Vera Lazzaro

Quando ero piccola credevo nei portali. Quando ero adolescente volevo crederci, ma le cose erano già cambiate. Avevo guardato tanti di quei film fantasy, letto tanti di quei libri, da immaginare di mettere piede tra due alberi inclinati a formare una porta, di infilarmi in un armadio, di usare l’ordinario per aprire gli occhi in un mondo nuovo.
Ora che mi sono lasciata trasportare fuori dai “teen” dall’inerzia del tempo non credo più – o almeno più di tanto – alla magia, ma cos’è, quest’aeroporto, se non una sorta di portale a sua volta? Un biglietto da Trieste a Helsinki-Vantaa sarà il mio portale. Più moderno di quanto mi aspettassi, ma comunque funzionale.
È una follia, su questo non ci piove, per quanto io ci abbia pensato su. Io, Pamela Crippa, che prendo e mi trasferisco per amore, il mio cane in un trasportino che già soffre il freddo e mi promette un mutuo in disgustosi cappottini caldi, i miei amici in macchina che mi fanno ciao e dicono addio – stronzi teatrali – anche se vada come vada ci rivediamo a Natale. E Aku al mio fianco. Lui sempre.
Che poi pure questa è una follia, a dirla tutta.
Mi sono innamorata della versione di lui che conosco, la versione triestina di uno studente in Erasmus, ma che ne so, io, di com’è Aku a casa sua? Di come si comporta nelle vie che conosce da una vita, di come si approccia ad amici che lo hanno visto crescere?
Si rischia per amore ma io sto rischiando per un’illusione, e per quanto sia dolce, non so se…
Guardo il tabellone che si muove in una danza elettrica per mostrare nuovi nomi e nuove destinazioni.
Solo poco tempo fa ero qui in cerca del volo che mi avrebbe portata a Roma a fare da crocerossina a un vecchio amico, a disinnescare una bomba a mano.
Mi dicono che questa è la cosa giusta da fare, ma è davvero meno impulsiva di quella, come decisione? Sono davvero più saggia – più adulta – se inseguo un potenziale futuro invece di tuffarmi a recuperare un passato che già conosco?
D’altronde immagino che sia questo, l’essere adulti. Il guardare avanti con una sicurezza che non provi davvero perché sei terrorizzato, sì, ma sei indipendente e hai il mondo in mano. Almeno un pezzetto. Almeno un biglietto aereo.
«Pam?»
Guardo alla mia destra – all’open day di psicologia un professore dallo sguardo rugoso aveva insistito su come l’uomo volesse sempre avere la sua donna alla destra, alla mano dominante, e devo dire che mi piace sia il contrario, ora – e Aku ha già gli occhi su di me.
«Va tutto bene?»
E come si risponde a una domanda simile, se non con un “Sì” di quelli automatici che dicono qualcosa ma in realtà non sono buoni a niente?
La verità è che sono certa di star facendo la cosa giusta, almeno in parte, perché se anche non bastasse l’amore, Aku e io avremmo un’amicizia meravigliosa. Lo ha già dimostrato, questo. E non serve l’amore, non sempre, non ogni giorno, per giustificare un cambio di rotta che porta a nord. Che io abbia già la stella polare al mio fianco o che io la debba trovare in futuro, sono al sicuro. Sono amata.
Da qui – più o meno letteralmente, perché abbiamo consegnato i bagagli e una fuga precipitosa richiederebbe un’imbarazzante richiesta di riaverli – non si torna indietro.
«Alla grande» rispondo alla fine, perché il “Sì” sarebbe riduttivo e un po’ scorretto. «Ho paura» aggiungo poi, perché sono stata sincera con Aku per mesi su insicurezze e vecchi e nuovi amori, perché cominciare ora con le omissioni?
«Oh, non sei sola.»
Ha paura anche lui?
Sbatto le palpebre. Che ha da temere, lui che torna a casa, che entra di nuovo in acque calme?
«Acca sta tremando come una foglia.»
Cristo benedetto.
Mi abbasso sulle ginocchia. «Acca!»
Rannicchiata nel trasportino, Acca non emette un suono, brutto topo rimbecillito che altro non è, io come dovrei fare a capire che ha paura se non dice niente? Che poi, “dire”, va bene, non ha il dono della parola, ma almeno un uggiolio?
Aku scoppia a ridere mentre faccio uscire Acca dal trasportino e la prendo in braccio. Con le orecchie ritte e il corpicino che è tutto una vibrazione, lei si guarda attorno.
«Una bambina viziata» commenta, ma non si trattiene dal cominciare a fare i grattini alle orecchie di quella ruffiana del mio cane. “Ruffiana” perché ovviamente ogni tremore svanisce al contatto con Aku, nuovo San Francesco.
Sospiro, perché ormai mi sento il terzo incomodo della mia relazione. «Ma ha anche dei difetti.»
Aku mi lancia, insieme, uno sguardo e un sorriso. «Come la padrona.»
Guarda tu ‘sto qui come si allarga.
Rimaniamo così, fermi nel mezzo di un corridoio trafficato di persone ghiotte d’avventura, finché i tremori di Acca non sono altro che un ricordo lontano e lei è rilassata abbastanza da posare il muso sulla mia spalla e azzardare un pisolino. E ora chi ce la rimette, nel trasportino?
Aku ha le labbra schiuse, un’espressione intenerita negli occhi chiari, e non sono certa di aver mai capito cosa volessero dire le persone definendo i loro partner “casa”. A dover essere sincera, l’ho sempre trovata un’idiozia ricoperta di zucchero rosa. Però Aku me la dà, una sensazione simile a quella di essere al sicuro, nel posto in cui appartengo, anche se siamo in un aeroporto a un passo dai controlli e da un gate che ci porterà… altrove. In fondo Aku avrebbe ragione anche ad avere paura.
Mi ha conosciuta nel mio mondo, per quanto disastrato, per quanto in un periodo strano, e a breve avrà a che fare con un pesce fuor d’acqua, con un’imbecille che non ha altri che lui come punto di riferimento e si trova in un posto nuovo con gente che forse non le rivolgerà la parola. Si sa quanto siano freddi i finlandesi.
Questi potrebbero essere gli ultimi minuti prima di un disastro. È una strada rischiosa, ma la camminiamo in due. Le paure condivise pesano un po’ meno, come uno zaino da trekking in discesa.
«Aku.»
Questa volta sono io a chiamarlo, perché non c’è paura nei suoi occhi, ma siamo umani entrambi, e se io sento lo stomaco stringersi e rivoltarsi all’idea del futuro, forse è lo stesso anche per lui.
Vorrei chiedergli se ha paura, ma sarebbe una domanda stupida. Cioè, non stupida, non voglio dargli indirettamente dello stupido perché lui lo ha chiesto, solo…
«Minä rakastan sinua» finisco per dire.
Lui sorride. Perché hanno insegnato a entrambi che l’amore basta, e forse non è vero, ma ti aiuta a salire sul primo scalino. Poi il resto della salita spetta a te. Se vuoi.
E io voglio.
«Hai un pessimo accento» risponde. «Ci dovremo lavorare.»

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